Tratto liberamente dal romanzo Ricorda di dimenticarla di Corrado Calabrò, Il mercante di pietre è un film che non convince per l’apporto oltremisura reazionario con cui affronta un tema delicato quanto quello del fondamentalismo islamico. Superficialità e accanimento fan da caratteri dominanti, tanto da escludere qualsiasi inchiesta o riflessione sul problema del terrorismo. Piuttosto, l’operazione che Renzo Martinelli fa, sembra essere quella di un pamphlet assolutista contro i nemici del terzo millennio: i terroristi islamici.
“L’occidente non si è reso conto che il peggio deve ancora venire” è una delle frasi che farebbero dubitare della presenza di Nostradamus tra gli sceneggiatori, mentre “non tutti i musulmani sono terroristi ma la maggior parte dei terroristi sono musulmani” ha il sapore di uno slogan approssimativo oltre che futile. Su questi toni si innesta l’ideologia del film: semplicistica, nel dividere il bene, cattolico e occidentale, dal male, arabo e islamico.
E così da una parte c’è il giornalista “illuminato”, Alceo Rondini (Jordi Mollà), che dopo aver perso le gambe nell’attentato all’ambasciata americana di Nairobi, ha sviluppato uno speciale e paranoico istinto nella “comprensione” della Jihad – la vede praticamente ovunque; dall’altra c’è il mercante di pietre (Harvey Keitel), cristiano convertito all’islam appartenente ad una cellula terroristica, incapace di far trionfare i sentimenti sulla volontà di Allah. In mezzo c’è una donna (Jane March), moglie del primo e amante del secondo, potrebbe essere il simbolo di un dialogo tra le due religioni, ma il finale è esplicito nell’annullare ogni possibilità d’incontro.
Incerto nel connotarsi drammatico o thriller, il film fatica a proiettare lo spettatore nei meccanismi di piacere ed identificazione, con lo spiacevole risultato di denudare i processi che sottendono alla costruzione del genere, quali i dialoghi e le scene d’azione, ed evidenziare tutta la loro portata comica, ancor più intensa perché involontaria. Di conseguenza, la recitazione appare spesso sopra le righe, e comunque, mai credibile, la qual causa è da ricercarsi più sulle ingenuità del copione, e meno sulle capacità attoriali degli interpreti.
Un film non riuscito, insomma, in cui non resta che consolarsi con una messa in scena ricca di movimenti digitali, flash e ralenti che pongono Martinelli tra i registi italiani più sperimentatori e all’avanguardia. Ma sotto il vestito… niente.
Alessandro Goffredo-Cioce.
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