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Roma - Scrivere che la “scena musicale italiana” è in grande difficoltà creativa non significa aggrapparsi al solito luogo comune. E non faccio riferimento solo alla realtà più smaccatamente commerciale, quella, per intenderci, che caratterizza i grossi network radiofonici dove le canzoni rappresentano un intermezzo tra un blocco pubblicitario e l’altro. Metto in discussione anche, e soprattutto, quella scena che dovrebbe definirsi “alternativa” ma che fa tutto per non esserlo. Insomma, non si può chiedere molto a Laura Pausini o Tiziano Ferro e muovergli qualche piccola critica sarebbe come sparare sulla Croce Rossa. Più esigenti, invece, dovremmo essere nei confronti del sottobosco musicale italiano che si limita a ricevere le lodi sperticate della critica specializzata senza muoversi di un passo. Quello che mi sta a cuore scrivere è che non vedo all’orizzonte un artista vero, onesto, capace di cogliere lo spirito del tempo, che sappia scattare una foto nitida della realtà in cui viviamo, che sappia mettere in musica la nostra fame, la nostra sete, le nostre voglie. Il paese, purtroppo, ci offre ogni giorno tristi spunti di riflessione ma la musica “indipendente” sembra non accorgersene. L’artista, per definizione, dovrebbe essere sensibile nei confronti di ciò che lo circonda, non intendo dire “politicizzato” ma ricettivo, quello sì. Vedo tante pose, tante interviste sui giornali, tanti giubbetti logori ma poca sostanza. Insomma, manca il vero cantautore, alla Ivan Graziani.
In queste poche righe scriviamo di “Pigro”, uscito nel 1978, uno dei lavori più belli di Ivan e disco fondamentale del rock italiano. La sua ironia, il suo essere surreale ma nel contempo crudo cantore delle miserie umane, lo rendono un album unico. Otto pezzi, di rara incisività. Salta subito all’orecchio la canzone che da il titolo al disco. Due minuti e mezzo di frasi frenetiche, taglienti, velenose che descrivono alla perfezione le fragili convinzioni di certi falsi maestri: “tu castighi i figli in maniera esemplare poi dici siamo liberi, nessuno deve giudicare”. E poi c’è “Monna Lisa”, brano che apre l’album e che critica con sarcasmo la distanza tra la gente comune e l’arte, bene universale, a cui tutta l’umanità dovrebbe attingere, senza ostacoli, senza barriere. Come non ricordare poi la freschezza di “Paolina”, ballata limpida e malinconica che narra le vicende di una trentenne eternamente indecisa sulla vita, sulle scelte da fare. La genialità di Ivan emerge soprattutto in brani come “Gabriele D’Annunzio” e “Scappo di Casa”. Essi descrivono una realtà intima, personale,tragica ma purtroppo tremendamente vicina alla natura umana.
“La cartella coi disegni a carboncino l’ho buttata giù di sotto, tanto non sarò mai un artista”: così canta Ivan in “Sabbia del Deserto”. Grazie al cielo quella cartella ha deciso di non gettarla, regalandoci schizzi di rara bellezza.
Lorenzo Labbozzetta
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