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01 Agosto 2010 08:31  
   Viaggi
NEW YORK,4puntata- EAST VILLAGE

Il microcosmo dove la città rivela la sua anima nascosta, fatta di perdizione e nostalgia.

New York degli spazi immensi, delle enormi avenue, delle limousine a 10 posti e dei grattacieli. La città che pensa, e agisce, in grande. La metropoli dove tutto si amplifica, nel bene e nel male. Ma se l’ultima volta abbiamo visitato un parco così enorme da sembrare un mondo a parte, in questa puntata cambiamo giro. E ci dirigiamo dove l’ambiente è a misura d’uomo e dove una strada si può percorrere fino in fondo senza perdere il filo dei pensieri.Siamo nell’East Village. Un quartiere che fino a pochi anni fa era considerato il più trasgressivo e il meno raccomandabile. Il primo aspetto che colpisce è la presenza di atmosfere anni ’70. Questo è l’unico angolo nostalgico di New York, che altrimenti fa di tutto per andare sempre avanti e aggiudicarsi la palma di città innovativa e all’avanguardia. Qui invece si respira l’aria dei mitici anni delle contestazioni, del rock e dell’amore universale. I negozi espongono borsette e vestiti vintage, chincaglieria d’essai e perfino libri sulla storia dei figli dei fiori. Mentre i locali non hanno quella smania comune di essere esclusivi e ‘di tendenza’, ma creano ambienti intimi e retrò da fumeria o da ritrovo per intellettuali.

Il punto nevralgico del quartiere è il Tompkins Square Park. La piazza ha un’area verde invasa durante il giorno dai residenti, a partire dai ragazzini che saltano sullo skateboard fino ai più anziani seduti sulle panchine con il libro logoro tra le mani. E’ uno spazio realmente vissuto e se volete conoscere la personalità della zona dovreste passarci almeno una mezz’ora.
Fuori c’è la avenue A. Non un numero ma una lettera per questa strada che affaccia sul parco, puntellata da tanti locali dove si può pranzare o cenare a prezzi contenuti. Si può anche girare il mondo grazie ai ristoranti di questo viale dall’aspetto un po’ trasandato. Fianco a fianco convivono l’immancabile italiano con la sua aria da dolce vita che in Italia non c’è più e il tailandese con una sala minuscola ma curata e le trenta ricette a base di pollo. E poi il Messico, il Giappone, l’Africa. I menù sono le bandiere nazionali, con i nomi talvolta impronunciabili e le pagine che sventolano vicino all’ingresso. Anche questo fa un po’ anni ’70 se ci pensate: tutti vicini, uniti nel combattere la fame della pausa pranzo, le differenze non contano.

Nelle vie interne continuano i luoghi dove con pochi dollari si può fare una cena esotica o un brunch interminabile a base di falafel. A questo proposito va detto che un momento azzeccato per visitare la zona è la domenica nel primo pomeriggio, quando i giovani e le famiglie del quartiere vanno in giro rilassati o affollano i ristoranti, e spesso si fa difficoltà a distinguere i genitori dai fratelli maggiori. Sono tutti un po’ scapigliati e distratti. Serenamente tra le nuvole. In una parola: sono anni ’70.

Una delle strade simbolo del quartiere è St. Marks Place dove i negozi vendono prodotti decisamente strambi, in bilico tra Via Sannio e Carnaby Street, e dove hanno vissuto i personaggi più eccentrici e creativi del nostro tempo. Come Jean Michel Basquiat che stava in un grande loft poco distante da qui datogli in affitto da Andy Warhol. Una casa che lui abitò spesso da recluso. Una tana dove esprimeva il suo talento da paladino della pop art sfogandosi su grandi tele e dove bruciò la sua vita alla velocità della luce, consumato dalle droghe e dalle tante ossessioni.

Altra inquilina della zona fu Madonna, ai tempi in cui era tutto tranne che la regina del pop. Piuttosto una ragazza di origini italiane, di piccola statura e disperatamente povera che dedicava tutte le sue energie, ed erano tante, alla rincorsa del successo. Così, raccontano, evitava rigorosamente di cadere nelle trappole dell’eroina e dell’alcool in cui incappavano le altre falene del mondo dello spettacolo e passava gran parte della giornata ad allenarsi nella palestra del quartiere. Tutti sforzi che saranno premiati con una fama mondiale, senza confronti. In una rassegna fotografica, che si è svolta quest’estate sugli abitanti storici dell’East Village, era esposto anche uno scatto in bianco e nero che la ritrae al centro della strada, infagottata negli abiti extra large degli anni ottanta e con un ciuffo tenuto alto dalla lacca. Fissa l’obiettivo con aria di sfida, con sguardo supponente, e adesso capiamo il perché.

Se andiamo indietro nel tempo spuntano i nomi di altri abitanti illustri, come Jack Kerouac, padre della beat generation o Allen Ginsberg, altro grande esponente della letteratura americana del dopoguerra che agli effetti delle droghe invece consacrerà tutta la sua vita con il rigore di un reporter.

Tante storie diverse, dunque, e tante vite che hanno viaggiato su binari opposti, tra chi è arrivato presto a destinazione e chi continua tuttora a viaggiare a ritmo sostenuto. Tutti però hanno avuto la stessa impronta, quella dell’East Village, che regalava qualcosa di folle allo sguardo e iniettava una carica di energia a chi aveva la fortuna – o la mala sorte - di vivere in questo piccolo mondo, diverso da tutto il resto.

 Federico Pompei




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