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Esistono molti modi per rivivere gli anni ’70. Si può ascoltare una canzone di Bob Dylan, si può bruciare un incenso al patchouli o si può guardare un film di Antonioni. Si possono fare diverse cose per sentire ancora il graffio, anche se solo in superficie, di quel decennio così bello e amaro. Di quegli anni che non sono mai passati. E se dei ’90 rimangono poche istantanee, tra il grunge e l’austerity, di quel mitico arco di tempo nato dopo il bagno di libertà del ’68 si continua a sognare tuttora.
C’è anche un modo speciale per vivere una parentesi anni ’70: prendere la macchina, percorrere la Cassia bis e trovarsi, dopo meno di un’ora, a Calcata. Il piccolo borgo che si è addormentato circa trent’anni fa e sonnecchia ancora in cima al suo colle, muovendosi sonnambulo al passo lento del rock d’essai. Il paese che con il presente non ha niente da spartire e che, come un’antica fortezza, ha un fossato tutto intorno per difendersi dal resto del mondo: le gole del Treja, profondi e rigogliosi abissi di verde. Il paese dove se cerchi un supermarket non lo troverai mai, ma in compenso trovi una varietà impressionate di collanine artigianali e puoi avere in poco tempo un quadro astrale dettagliato. La fame organica non è contemplata ma la fame di spiritualità si soddisfa appieno. Entrare è già un passaggio in un'altra dimensione, con la porta medievale enorme e austera. Si sale e si arriva fino al centro che comincia con Piazza Vittorio Emanuele II, dove domina il Palazzo Baronale con davanti “le sedie”, delle enormi poltrone in pietra disposte qua e là. A proposito di sedie, anche la parte sinistra della piazza termina con una grande panca in muratura. Così chi vuole si siede e chi non vuole resta in piedi a parlare con chi è già seduto. L’importante è stabilire un contatto. In questa piazza non si corre, si sosta. Fantastico osservare la varietà degli abitanti, tutti diversi e tutti accomunati dallo stesso desiderio di “peace and love”, che a pensarci bene non è mai stata un’idea ridicola, solo irrealizzabile.
Gli scorci che si aprono sono impressionanti. Un punto di osservazione è la Grotta. Il panorama da lì è straordinario e se andate dopo un temporale potete assistere allo spettacolo della nebbia che sale e avvolge tutto. Restano scoperte solo le cime dei colli e sotto c’è un mare bianco. Come stare sopra le nuvole, come su un aereo o su un Olimpo. Bello anche essere lì nel momento del tramonto quando il sole scompare, tutto diventa rosso e una musica rock di un'era lontana vi circonda. E’ in momenti come questo che la macchina del tempo compie il miracolo e non direste mai di essere nel 2006. Piuttosto nel 1976 o giù di lì, quando non servivano le web-cam ma bastava chiudere gli occhi per sognare.
Accanto c’è un locale che si chiama la “Grotta dei Germogli”, dove fanno spesso musica dal vivo e organizzano feste rese ancora più allegre dal vino della casa. Ottimo anche il ristorante della Piazzetta, che si trova nel piccolo slargo dietro la Grotta. Se andate in primavera o estate potete sedere ai tavoli fuori, sotto il pergolato, e mangiare i gustosi strengozzi fatti a mano. Una poesia per il palato. Se invece siete di corsa almeno fermatevi per un caffè o per un thé, ce ne sono a centinaia nella “Sala dei 201 thé”, appunto. Un posto allegro e luminoso, e anche qui, se il tempo è buono si può stare in terrazza ad ammirare lo scenario della Valle del Treja e ad ascoltare gli abitanti di Calcata che parlano di politica e di vita.
Anche di arte qui si parla spesso e volentieri, perché l’artigianato è ovunque. Un modo di dichiarare con orgoglio che gli oggetti non sono solo Made in China ma anche made in casa, così durano più a lungo, oltre ad essere più belli naturalmente. Ne sono un esempio i tavoli de “La Ciarla”: il laboratorio all’ingresso del paese che realizza mobili in legno massello lavorati nei minimi dettagli. Ma l’artigianato qui ha mille volti e c’è perfino un laboratorio dedicato alle rose di cera. Ce ne sono di tutti i tipi, profumate, realizzate con cura e con materiali atossici. Sembra incredibile che nell’era dei megastore ci sia qualcuno che apre un negozio solo di candele e solo a forma di fiore, però qui succede anche questo. Ed è un vero sollievo.
Riprendere la macchina del tempo e tornare in città dispiace sempre. Ma nelle orecchie resta quella canzone di Janis Joplin sentita poco prima in piazza, la sua voce roca parlava di summertime e ti ricorda che in fondo la vacanza negli anni ’70 può continuare. Basta premere Play.
Federico Pompei
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