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01 Agosto 2010 08:41  
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CALCATA

La bella addormentata nella Valle del Treja.

Esistono molti modi per rivivere gli anni ’70. Si può ascoltare una canzone di Bob Dylan, si può bruciare un incenso al patchouli o si può guardare un film di Antonioni. Si possono fare diverse cose per sentire ancora il graffio, anche se solo in superficie, di quel decennio così bello e amaro. Di quegli anni che non sono mai passati. E se dei ’90 rimangono poche istantanee, tra il grunge e l’austerity, di quel mitico arco di tempo nato dopo il bagno di libertà del ’68 si continua a sognare tuttora.

C’è anche un modo speciale per vivere una parentesi anni ’70: prendere la macchina, percorrere la Cassia bis e trovarsi, dopo meno di un’ora, a Calcata. Il piccolo borgo che si è addormentato circa trent’anni fa e sonnecchia ancora in cima al suo colle, muovendosi sonnambulo al passo lento del rock d’essai. Il paese che con il presente non ha niente da spartire e che, come un’antica fortezza, ha un fossato tutto intorno per difendersi dal resto del mondo: le gole del Treja, profondi e rigogliosi abissi di verde. Il paese dove se cerchi un supermarket non lo troverai mai, ma in compenso trovi una varietà impressionate di collanine artigianali e puoi avere in poco tempo un quadro astrale dettagliato. La fame organica non è contemplata ma la fame di spiritualità si soddisfa appieno.
Entrare è già un passaggio in un'altra dimensione, con la porta medievale enorme e austera. Si sale e si arriva fino al centro che comincia con Piazza Vittorio Emanuele II, dove domina il Palazzo Baronale con davanti “le sedie”, delle enormi poltrone in pietra disposte qua e là. A proposito di sedie, anche la parte sinistra della piazza termina con una grande panca in muratura. Così chi vuole si siede e chi non vuole resta in piedi a parlare con chi è già seduto. L’importante è stabilire un contatto. In questa piazza non si corre, si sosta. Fantastico osservare la varietà degli abitanti, tutti diversi e tutti accomunati dallo stesso desiderio di “peace and love”, che a pensarci bene non è mai stata un’idea ridicola, solo irrealizzabile.

Gli scorci che si aprono sono impressionanti. Un punto di osservazione è la Grotta. Il panorama da lì è straordinario e se andate dopo un temporale potete assistere allo spettacolo della nebbia che sale e avvolge tutto. Restano scoperte solo le cime dei colli e sotto c’è un mare bianco. Come stare sopra le nuvole, come su un aereo o su un Olimpo. Bello anche essere lì nel momento del tramonto quando il sole scompare, tutto diventa rosso e una musica rock di un'era lontana vi circonda. E’ in momenti come questo che la macchina del tempo compie il miracolo e non direste mai di essere nel 2006. Piuttosto nel 1976 o giù di lì, quando non servivano le web-cam ma bastava chiudere gli occhi per sognare.

Accanto c’è un locale che si chiama la “Grotta dei Germogli”, dove fanno spesso musica dal vivo e organizzano feste rese ancora più allegre dal vino della casa. Ottimo anche il ristorante della Piazzetta, che si trova nel piccolo slargo dietro la Grotta. Se andate in primavera o estate potete sedere ai tavoli fuori, sotto il pergolato, e mangiare i gustosi strengozzi fatti a mano. Una poesia per il palato. Se invece siete di corsa almeno fermatevi per un caffè o per un thé, ce ne sono a centinaia nella “Sala dei 201 thé”, appunto. Un posto allegro e luminoso, e anche qui, se il tempo è buono si può stare in terrazza ad ammirare lo scenario della Valle del Treja e ad ascoltare gli abitanti di Calcata che parlano di politica e di vita.

Anche di arte qui si parla spesso e volentieri, perché l’artigianato è ovunque. Un modo di dichiarare con orgoglio che gli oggetti non sono solo Made in China ma anche made in casa, così durano più a lungo, oltre ad essere più belli naturalmente. Ne sono un esempio i tavoli de “La Ciarla”: il laboratorio all’ingresso del paese che realizza mobili in legno massello lavorati nei minimi dettagli. Ma l’artigianato qui ha mille volti e c’è perfino un laboratorio dedicato alle rose di cera. Ce ne sono di tutti i tipi, profumate, realizzate con cura e con materiali atossici. Sembra incredibile che nell’era dei megastore ci sia qualcuno che apre un negozio solo di candele e solo a forma di fiore, però qui succede anche questo. Ed è un vero sollievo.

Riprendere la macchina del tempo e tornare in città dispiace sempre. Ma nelle orecchie resta quella canzone di Janis Joplin sentita poco prima in piazza, la sua voce roca parlava di summertime e ti ricorda che in fondo la vacanza negli anni ’70 può continuare. Basta premere Play.

Federico Pompei



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