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01 Agosto 2010 08:38  
   Champion's League
CHAMPIONS, INTER FUORI DALLA COMPETIZIONE

Come amaramente previsto, la squadra allenata da Roberto Mancini viene eliminata dai “Reds” di Rafa Benitez. Secco 0-1 al Meazza, dopo il 2-0 dell’Anfield Road che aveva già sancito il declino di ogni speranza. 

ROMA - E il Liverpool si confermò bestia nera delle italiane. La squadra della città di Penny Lane tira un colpo mancino a Roberto Mancini. E che colpo: ora l’Inter rischia grosso anche in campionato, soprattutto in campionato. Perché la Roma di Luciano Spalletti pare superiore persino a questo Liverpool. Scialbo, compassato e con pochissimo mordente, con uno Skrtel e un Fabio Aurelio che di certo non è Marco ma non ha nemmeno la verve (dei bei tempi ormai andati) dell’Imperatore Adriano.  L’Inter da par suo prova a indirizzare il risultato su binari consoni, felici e qualificatori: ma dove Cruz piazza la mina trova il colpo di reni di Reina, dove Stankovic scodella al centro trova la capoccia-centrino di Hyypia, dove Ibrahimovic fa colpi di tacco trova Carragher, la diga della disillusione nerazzurra. Nella seconda frazione di gioco due squilli segnano il destino della gara: il campanello d’allarme è l’espulsione di un ingenuo Nicolas Burdisso (e non c’è un Rosetti che ti espella subito dopo un giocatore della squadra avversaria…), mentre il trombone dell’Armageddon viene suonato da Fernando Torres, mr. 36 milioni che trafigge un incolpevole Julio Cesar, la colonna vertebrale della squadra meneghina in questo momento. E il torello dei giocatori inglesi, sotto l’applauso ironico di tutta San Siro, è il suggello definitivo all’ammutinamento interista: la squadra nell’ultimo quarto d’ora rinuncia a giocare (ma ha mai avuto un gioco collettivo?), con il commento Rai di un Walter Zenga che ora vede la panchina di Mancini a poche miglia di distanza.  Gli ottantamila spettatori del Meazza tornano ai propri guanciali con pugni di sogni andati a male. La “pazza Inter” non ripete l’impresa storica di Corso, Burgnich, Facchetti nel ’65: altri tempi, altri Moratti, altri allenatori. E soprattutto altri giocatori (quella squadra era quasi tutta composta di giocatori italiani, mentre questa è un guazzabuglio di 11 stranieri, una grande ferita all’orgoglio nazionale) e altri tifosi, infine: il re delle nevrosi Antonio Cassano e il principe degli evasori Valentino Rossi insieme in tribuna, che bell’immagine della società che dovrebbe vincere per la terza volta di seguito il campionato italiano, dopo essere uscita per tre anni in successione dalla massima competizione europea. Dove da sola resiste la Roma: come millenni fa, come ventiquattro anni orsono: arrivò la finale, finì male allora ma si sa, la Storia non ama ripetersi sempre allo stesso modo.  

Federico Ligotti 



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