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MILANO – Per i Pearl Jam si fa di tutto. Ti svegli presto la mattina per comprare i biglietti tramite internet, anche se sai già che altre 15000 persone hanno avuto la tua stessa idea e che probabilmente non ce la farai; allora fai ore di fila al negozio autorizzato della TicketOne per averne uno, magari anche un posto schifoso, lontano dal palco, ma non ti importa niente, perché cazzo, stai finalmente coronando il tuo sogno, dopo anni riuscirai a vedere il concerto del tuo gruppo preferito, l’unico che ti lascia certe emozioni indelebili, e non te ne frega niente del posto da dove lo vedrai, l’importante è esserci, anche se per esserci dovrai farti 5 ore di treno e una notte in un albergo poco confortevole. L’ho fatto, per andare a vederli a Milano, domenica 17 settembre, e devo dire che ne è valsa davvero la pena, per un concerto così spettacolare. Sarebbe inutile e ripetitivo raccontare qui la storia della favolosa band nata a Seattle, un gruppo sulla cresta dell’onda da più di quindici anni, senza mai andare a fondo. Cos’avranno questi musicisti da attirare ai loro concerti migliaia di veterani e migliaia di nuovi e giovani fan? Sarà la loro grinta, sarà la voce di Eddie Vedder, così coinvolgente e potente, sarà che i loro pezzi hanno sempre qualcosa di importante, scomodo e a tratti sconvolgente da dire, sarà che certe melodie ti entrano dentro e non vogliono uscire più. E non parlo di quei motivetti orecchiabili che li canticchi così, ogni tanto, per caso, mentre lavi i piatti o ti fai la doccia, senza rendertene conto. No: sono delle melodie che ti colpiscono, ti lacerano, ti legano a loro, si intrecciano ai tuoi ricordi e al tuo stesso essere. Un esempio? La mitica, intramontabile “Black”, tanto per dirne una, sicuramente cara a tutti i Jammers.
Il “world wide tour” italiano è iniziato a Bologna, il 14 settembre; Verona la seconda data, il 15. Due primi grandi successi, con i fan in subbuglio. Poi il 17, Milano, al modernissimo DatchForum. Come supporters fissi in quasi tutte le date sono stati chiamati i “My morning Jacket” , un gruppo molto promettente: a un rock semplice, puro, aggraziato, accompagnano parti aggressive quanto basta e parti con un non so che di psichedelico, ma che ci sta bene, la sonorità giusta, insomma, per scaldare la serata. Ma i migliaia di fan che erano lì fremevano per vedere i loro beniamini, un pubblico immenso e compatto, in cui il comun denominatore era indossare una maglietta con una foto, il logo, o solo il nome del gruppo, un modo per identificare la propria appartenenza al “world Jam”. All’improvviso, con venti minuti di anticipo rispetto all’ora prevista, parte l’intro di “Once”, nel forum cala il buio e tutti colgono il messaggio: il concerto sta per iniziare. I fans corrono freneticamente ai propri posti, con l’ansia di non arrivare in tempo per vedere l’entrata in scena, per qualche attimo c’è il delirio, fino a che, rapida e potente, grintosa come sempre, parte “Go” e le luci si accendono sui cinque musicisti, tra le urla e le mani alzate. Un’apertura azzeccata ad una tracklist studiata ad arte (per conoscere la lista completa visitare il sito www.pearljamonline.it) : non solo i migliori pezzi dell’ultimo album, come ad esempio “World wide suicide”, “Comatose”, “Parachutes” e “Big Wave”, ma anche i pezzi storici più amati dal pubblico, oltre ad alcune splendide cover, come “Another brick in the wall” dei Pink Floyd in coda a “Daughter”, veramente ad effetto. Sul palco c’era un gruppo che si diverte e che fa divertire, che tiene a ciò che fa e appassiona il pubblico, con un batterista come Cameron, che su “Even Flow” si lancia in un assolo potente che fa vibrare e lasciare col fiato sospeso l’intero forum, con due chitarristi come Gossard e McCready, che si scambiano battute a suon di chitarre, con un bassista come Ament, che passa dal basso al violoncello stupendo tutti, e con un frontman d’accezione, un Eddie Vedder scatenato più che mai, che salta, balla e parla con il suo pubblico in modo quasi intimo, come si fa con un caro amico. E per farlo stavolta si è organizzato: tra una canzone e l’altra prende un foglietto e legge il suo messaggio, in italiano, per il suo pubblico, ed è quasi tenero sentirlo sforzarsi di parlare in una lingua sconosciuta. Il primo è un messaggio di scuse, per la lunga attesa, durata ben sei anni, prima di tornare nel nostro paese; il secondo invece è un complimento, “il pubblico di Milano è quello che canta meglio” ha detto, e aveva ragione, tutti in coro hanno cantato a squarciagola con lui i pezzi più amati, come ad esempio “Why go”, “Daughter”, “Alive” e “Do the evolution”. Il terzo messaggio è un altro complimento: Vedder racconta di quando sono venuti a sapere che l’Italia ha vinto i mondiali e dice “mi voglio congratulare con voi, perché avete la miglior squadra del mondo. This is for you!!”, e parte la dedica, “Given to fly”, con tanto di bandiera italiana sul palco. Sono stati numerosi i momenti emozionanti durante quelle due ore e mezza: “Man of the hour” ha visto centinai di accendini fluttuare nel buio, tra gli spalti e nel parterre; la cover “Picture in a frame”, che ha visto un Eddie Vedder innamorato dedicare la canzone alla moglie e alla figlia; “Black”, il pezzo più romantico della carriera dei Pearl Jam, che ha creato minuti di vero e proprio imbarazzo per la band: alla fine dell’esecuzione, infatti, il pubblico ha continuato a cantare ininterrottamente e all’unisono il famoso “turutututurutu”, il coro che chiude la canzone, a tal punto che lo stesso Eddie non sapeva più cosa fare, con le braccia conserte e quasi commosso è rimasto a guardare il suo pubblico che sembrava non volersi fermare più, fino a che, per necessità di tempo, gli altri hanno attaccato con il pezzo successivo. La gente era talmente entusiasta ed eccitata che quando Eddie ha annunciato che “Leash” sarebbe stata l’ultima canzone, si è levato un unanime “no!!!”. Ma era una bugia: le ultime due sono state una cover di Neil Young, e la mitica “Yellow ledbetter” , l’unica che non si poteva cantare insieme, perché, come al solito, Eddie ha reinventato le parole sul momento. Non poteva esserci conclusione migliore: “we’re safe tonight”, recita “I am mine”, “to make you safe tonight”, “per farvi stare al sicuro stasera”, le parole di Vedder prima di cantarla; ed effettivamente eravamo al sicuro in quel mondo ovattato e fatto di musica che è quello dei Pearl Jam, un mondo aperto di nuovo ai fan italiani dopo una terribile attesa; l’ “italian job”, - che probabilmente verrà immortalato in un dvd, visto che erano presenti anche le telecamere - dopo la data a Torino il 19 settembre, si concluderà il 20 nella piazza del Duomo di Pistoia. “Vi amo”, “vi amiamo”, dice Vedder mentre si inchina con i colleghi e lancia baci a destra e manca. “Peace”, questa la sua ultima parola, il suo ultimo forte e dolce messaggio pieno di speranza, prima di scomparire insieme agli altri dietro le quinte, lasciando nel cuore dei Jammers tanta gioia, ma anche un briciolo di amarezza, perché si sa, le cose belle e tanto attese, passano subito e nemmeno te ne accorgi. Nonostante questo, il concerto di domenica al Forum di Assago (nella foto un momento dell’esibizione) sarà certamente un evento indimenticabile per tutti coloro che erano presenti, e che hanno visto, ascoltato e vissuto la magia dei Pearl Jam.
Annalisa Milanese
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