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01 Agosto 2010 08:41  
   Cinema
LA STELLA CHE NON C'E'

L’animo umano indagato con delicatezza e sensibilità nel nuovo film di Gianni Amelio.

Manca una stella nella bandiera cinese, manca una stella nella vita di Vincenzo Buonavolontà ed in quella di Liu-Hua. Manca la stella della buona sorte, manca la pienezza di un sorriso, manca la trasparenza di una facile esistenza. Ancora una volta Gianni Amelio indaga l’umano, l’umano che non fa rumore, che vive sommerso nelle contraddizioni del mondo delle tecnologie e del benessere. L’umano che si confonde nella folla, con le spalle curve, messo in scacco dal proprio destino. Eppure, è umano il desiderio di combattere, la volontà – la Buonavolontà – di salvare qualcosa, di ottenere un piccolo riscatto e dare un senso a quel cielo onnipresente e tuttavia mancante della stella che non c’è. Accade così che un ex manutentore di una acciaieria di Bagnoli, Vincenzo Buonavolontà, interpretato da uno straordinario Sergio Castellitto, si metta in viaggio alla ricerca dell’altoforno difettoso, e dunque pericoloso, venduto senza scrupoli ad una società cinese. Vincenzo Buonavolontà ha trovato il difetto e costruito la centralina idraulica risolutrice, non gli resta che scovare l’acciaieria che ha acquistato l’altoforno italiano. Ma l’impresa non è semplice, primo su tutti è il problema della lingua. A risolverlo è l’incontro, prima fortuito e dopo voluto, della traduttrice Liu-Hua, interpretata dalla debuttante Tai Ling. Il viaggio pone i due protagonisti ad un duplice confronto, con l’altro e con se stessi. L’iniziale incomunicabilità segnerà il passo alla sensibilità e alla dolcezza di un rapporto che immaginiamo estendersi ed approfondirsi dopo i titoli di coda. Prima però, è il riemergere del passato ad impegnare i personaggi nella revisione delle proprie vite. Nel caso della cinese la ferita del passato ha la forma di un dramma familiare, nonché sociale ed esistenziale. Per quanto riguarda Vincenzo, il suo dramma resterà inespresso, intuibile esclusivamente dalle espressioni del volto, e dalle lacrime che commuovono nel memorabile piano-sequenza a camera fissa sul suo primo piano.  Ad accogliere il tutto è una Cina non canonica, diversa da quella delle cartoline patinate ed immersa invece nel grigiore del cielo e del cemento. Grigiore che atterrisce gli animi quando l’enunciazione si fa denuncia e l’occhio della cinepresa si sofferma sull’altra faccia del capitalismo cinese, quella della povertà e delle ingiustizie. Un buon film, insomma, delicato e riflessivo, lento, forse troppo, in qualche passaggio, pur tuttavia importante. Importante per la profondità di sguardo con cui affronta l’umano e le sue stelle, le virtù, spesso sommerse.

Alessandro Goffredo-Cioce   



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