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ROMA – Vincenzo De Gregorio è un artigiano che lavora il cuoio, e si trova ad Incipit da settembre. Per anni ha girato il mondo svolgendo diversi lavori, ma sullo sfondo è sempre stata presente la passione per questo materiale. Nella lavorazione del cuoio De Gregorio vede molto più che un mestiere, vale a dire la possibilità di comunicare e dare il proprio contributo positivo al mondo. Con gli anni ha scoperto la bellezza di insegnare la sua arte, con lo scopo di far scoprire a chiunque le capacità e le potenzialità nascoste dentro di sé; una prerogativa questa, cui tiene particolarmente e che vuole portare soprattutto nelle periferie, da dove orgogliosamente proviene.
- Da quanto tempo lavori il cuoio? E dove nasce la tua passione per questo materiale?
- Faccio questo lavoro da trent’anni, ma la passione ce l’ho da quando ero bambino. Mi è sempre piaciuto l’odore del cuoio e la sensazione che ti dà al tatto: potremmo dire che è una passione che nasce con me. Ricordo molto bene che una volta mia madre mi comprò un paio di scarpe di cuoio, mi lasciò a casa e tempo di andare e tornare dal lavoro, quelle scarpe erano diventate dei sandali…ci presi tante di quelle botte!
- E poi come hai imparato l’arte della lavorazione?
- Sono autodidatta: girando per il centro di Roma ho imparato dai vari artigiani rubando con gli occhi e mettendo in pratica.
- Questa attività ormai è al centro della tua vita. Cosa vuol dire oggi per te lavorare il cuoio?
- Nel cuoio ho sempre visto, e oggi più che mai, la possibilità di aggiungere del bello a questo mondo; ho iniziato facendo portafogli e cinte e oggi faccio anche quadri in cuoio e oggettistica varia. Oggi anche se ci illudiamo di avere il nostro stile siamo tutti, chi più e chi meno, omologati; nel capo realizzato artigianalmente, al di fuori di qualunque processo industriale in serie e quindi irripetibile e unico, io vedo la possibilità per l’individuo di affermarsi in quanto tale, e di far uscire la propria personalità. Quando mi sono trasferito per tre anni in Danimarca con mia moglie, nel ’94, ho scoperto anche la bellezza di insegnare: non sapevo la lingua, ma mi presentai alla Scuola del Popolo, feci vedere quello che sapevo fare e mi assunsero come insegnante. In pochissimo tempo feci il pienone al mio corso, le sale computer si vuotarono perché tutti venivano da me, e io non sapevo una parola di danese! E’ lì che mi sono accorto della straordinarietà dell’arte artigiana: con le mie mani sono riuscito a trovare la migliore forma di comunicazione possibile! Da lì mi sono detto: “Perché non portare questo a casa mia, a Roma?”, ho deciso di rientrare e di portare questo qui.
- Ma prima di andare in Danimarca e fare questa scoperta, so che ne hai avuto una vita un po’ movimentata. Sbaglio?
- Mah, io ho girato il mondo per diversi anni facendo vari lavori: ho raccolto pomodori, cipolle, mele…tutto quello che potete trovare al mercato io l’ho raccolto in vita mia! Insomma la lavorazione del cuoio non era la mia attività principale; quando sono tornato in Italia da Israele ho dovuto escogitare qualcosa per assicurare anche qui un’indipendenza economica a me e alla mia futura moglie, così ho pensato di dedicarmi completamente alla lavorazione del cuoio. Cercai un fornitore in un negozietto alla Suburra (vicino ai Mercati Traianei, ndr), presi 2 o 3 etti di cuoio e andai a casa con 2 cacciaviti, uno spaccato e uno a stella, ed un martello. Iniziai a produrre diversi oggetti, ed ho avuto un buon successo tanto che e da lì ho deciso di continuare: pensa che iniziai le prime lavorazioni grezze intorno a maggio, e per agosto avevo già guadagnato a sufficienza per consentire a mia moglie di tornare per le vacanze in Danimarca, il suo paese, e per potermi comprare una bella bicicletta Bianchi da corsa.
- E da lì hai preso il via?
- Sì, ma sempre come artista di strada. Avevo il famoso articolo “121”, per esporre e vendere in strada: ho esposto in diverse zone di Roma, soprattutto a piazza Navona e per molti anni al Colosseo.
- Quali sono i pregi e i difetti della vita da artista di strada?
- I pregi sono tantissimi, a me piace davvero tanto perché è lì che si respira l’aria dell’autentica attività artigiana, il contatto col pubblico. I difetti sono che spesso la società e le istituzioni non capiscono: a volte passava qualcuno che ti additava con snobismo e arroganza come se fossi un disperato, mentre io mi stavo guadagnando il pane. Anche il sistema non capisce, perché ad esempio l’articolo 121 è stato levato e oggi lavorare per strada è molto più difficile di prima; o stai in un’associazione oppure è davvero dura. Da anni ormai non posso andare più per strada e lavoro su commissione.
- Poi come abbiamo visto sei andato in Danimarca e nel ’97 sei tornato in Italia. Come hai saputo dell’Incubatore?
- Un’assistente sociale si è interessata dei miei figli, voleva sapere se andavano a scuola. Quando ha verificato che era tutto in regola ci ha chiesto come facessimo a mantenere i bambini, e quando ha saputo della mia professione mi ha proposto di presentarmi all’Incubatore per realizzare un progetto più solido. Mi è sembrata una buona idea.
- Da quanto ci hai raccontato sinora, se ho capito bene il tuo progetto con l’Incubatore non è quello di una semplice bottega, bensì anche di una scuola?
- Esatto, non mi interessa la bottega artigiana fine a se stessa. Io voglio insegnare alla gente, e soprattutto ai ragazzi, a lavorare il cuoio: è un modo molto efficace per prendere atto delle proprie potenzialità, per prendere fiducia in se stessi, e capire che si hanno le capacità di prendere il possesso della propria vita. Tutto questo senza che poi si debba divenire artigiani per forza, è un viatico per prendere coscienza della propria vita!
- Credi che il periodo di incubazione sia sufficiente per realizzare questo progetto? E una volta lasciato Incipit, rimarrai a Corviale?
- Sono nato e cresciuto nella periferia romana, tra l’altro non distante da Corviale, a Monte Cucco (Trullo, ndr); quindi sono molto legato alla periferia, e certamente rimarrò in zona. Se possibile vorrei addirittura rimanere a Corviale: ho vissuto la periferia romana degradata e abbandonata nella mia giovinezza, dunque per me è estremamente importante che siano i ragazzi delle periferie a prendere piena coscienza della loro vita e delle loro potenzialità. Voglio molto bene a Roma e soprattutto ai ragazzi delle periferie, hanno molte potenzialità come del resto ce le ha questo nostro straordinario Paese: girandolo da nord a sud ti rendi davvero conto di come sia un diamante, magari grezzo ma sempre un diamante. Ci terrei molto a fare qualcosa di buono per la mia città, speriamo di riuscire a realizzare tutto nei tempi stabiliti.
- Quale aiuto concreto stai ricevendo?
- Innanzitutto la fornitura di una sede fissa, anche se ci sto un po’ stretto, è un’ottima cosa. Poi sono qui solo da settembre, ma mi sento davvero all’interno di una rete comunicativa e virtuosa molto buona: un esempio è stato il mercatino natalizio organizzato a piazza Mazzini, ma anche l’opportunità che ho di parlare ai lettori del Corriere di Roma di ciò che faccio è un esempio tangibile della rete comunicativa in cui mi sono trovato.
- Per concludere, come ti trovi ad interagire con gli abitanti di Corviale?
- Sono qui da poco quindi per ora ho avuto pochi contatti, però ho trovato molta cordialità: ho parlato con alcune persone e le ho trovate molto interessate a quello che faccio. Insomma, se posso esprimermi con una sola eloquente espressione, direi che…se po’ fa’, se po’ fa’!
Come sempre, Corviali Saluti
Cristiano Orlando
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