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01 Agosto 2010 08:24  
   Cinema
LA CASA DEL DIAVOLO

Il regista “Heavy Metal” Rob Zombie torna nelle sale con un vero capolavoro del genere, un cult prima ancora dell’uscita.

C’era una volta un cinema tanto amato dal pubblico e distrattamente bollato dalla critica, un cinema fatto di case a sinistra, massacri texani e colline guardinghe. Si c’era una volta, poi gli anni ottanta hanno attenuato i toni e l’ultimo decennio del secolo, riguardandolo con un misto di amore e odio, lo ha parodiato. Nel 2000 il New Horror era ufficialmente morto e sepolto da un bel pezzo e sporadici esempi di buon genere non erano sufficienti per resuscitare il nefando horror americano anni settanta. Poi come un messia, dopo aver affrontato problemi di distribuzione senza precedenti, l’Heavy Metal Rob Zombie si presenta nelle sale con un disturbante titolo: “La Casa dei 1000 Corpi”, il resto è già storia.

2005, la Lions Gate, piccola major indipendente spesso sul punto del fallimento, ottiene un enorme successo con il piccolo film “Crash”, sorpresa trionfante agli Oscar, e decide di dare nuovamente fiducia, visto il successo dell’esordio, a R. Zombie per “The Devil’s Rejects” (in Italia tradotto malamente “La Casa del Diavolo”), il resto è già storia.

Diciamolo subito: nulla di metafisico abita la casa del diavolo, anche se sarebbe meglio dire la casa dei reietti del diavolo, ma poi quale casa? La scellerata famiglia Firefly, dopo un iniziale assedio della polizia nella loro casa dei mille corpi torturati, è costretta a dividersi: Mamma Firfly viene arrestata, mentre Baby (la bellissima Sheri Moon, già signora Zombi) e Otis (Bill Moseley), i due perversi figlioli, riescono a sfuggire alle autorità e a riunitisi con il capo branco, papà Capitano Spaulding (un gigionesco Sid Haig), con il quale intraprendono un crocevia che li condurrà direttamente all’inferno, non prima di aver seminato panico e terrore. Alla ricerca di questi pazzi scatenati è lo Sceriffo Wydell (William Forsythe) che, volendo vendicare la morte del fratello, ha deciso di fare giustizia da solo e assoldati due loschi ceffi, sicari di professione, comincia la sua vendetta che da uomo di legge lo trasforma in sanguinario vendicatore.

Strade consumate dal tempo, facce sfregiate per colpa dell’alcool o per vendicare qualche donnaccia del bordello della contea, reietti indemoniati sempre pronti a banchettare in un bagno di sangue, tagliagole per passione e killer di professione, poliziotti ammuffiti e sceriffi al di sopra della legge, non c’è pace per nessuno, questi i personaggi del secondo film del “Lock e Stock” Rob Zombi. Iconoclasta nella forma, capace di dissotterrare il malato immaginario della profonda provincia americana dove indisturbati si sono annidati nel tempo i malori di una civiltà (società è riduttivo) cresciuta troppo in fretta e che lì, tra polvere e rottami, ha abbandonato le proprie scorie, il proprio folklore, mai rappresentato in maniera così arcigna e sagace come in questa pellicola. Atmosfere da western di altri tempi, del buon vecchio Sam Peckinpah, personaggi selvaggi che sembrano usciti da uno dei violentissimi esordi craveniani, volti bunkeriani e musiche d’annata dosate con geometrica perfezione, uniti alle massicce dosi di sangue, colorano questa allucinante parabola sulla morte della morale, visivamente superiore ad “Assassini Nati”. Protagonista è il deserto “labirintico” in cui sembra impossibile sfuggire come lo è altrettanto in una società, una comunità costruita con i pregiudizi. Gli anni settanta non li aveva mai fotografati nessuno con tanta anarchia espressiva come lo ha fatto  Rob Zombi, regista metallaro e ipertatuato leader dei White Zombie, capace di riportare alla luce il crepuscolare “ New Horror” di cui sinceramente si sentiva la mancanza

E’ un film paludoso e allo stesso tempo arido di buoni sentimenti, di eroi e cattivi. Ma chi sono i buoni? Chi i cattivi?

Chiedetelo alla polvere.

CALLIPIGIO

 

VOTO: 9


Giacomo Ioannisci



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