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01 Agosto 2010 08:28  
   Musica
NO PROMISES

Ok Carla, “No Promises” è il titolo del tuo nuovo disco ma almeno una promessa faccela: non toccare la chitarra per i prossimi cinquant’anni.

In linea di massima quando inizio a buttar giù due righe su un disco metto sul piatto il disco stesso. Non si tratta di fare il professionale, mi serve a guadagnar tempo soprattutto quando il disco ti fa venir voglia di trovare un’altra passione, che ne so, i pistacchi magari. I pistacchi sono senz’altro meglio dell’ultimo lavoro di Carla Bruni. So che siete dei lettori abbastanza obiettivi ed equilibrati quindi starete pensando che il mio giudizio negativo riguardo al disco in questione non sia il frutto di un’attenta e distaccata analisi ma la diretta conseguenza di un’invidia latente nei confronti di una donna che ha avuto tutto dalla vita, almeno così sembra guardando com’è fatta, e che, se incontrassi casualmente non so dove ed iniziassi ad osservare cercando il suo sguardo, molto probabilmente chiamerebbe la Polizia. Può darsi. Non posso darvi l’assoluta certezza sull’onestà intellettuale del mio giudizio. Insomma, nessun giudizio è scevro di condizionamenti. Ecco, potevo far mio lo stereotipo secondo il quale le modelle conducono una vita d’inferno, non posso nutrirsi, frequentano solo cocainomani e vengono sballottate da una stanza d’albergo all’altra ma a quel punto la compassione avrebbe preso il sopravvento e mi sarei abbandonato a lodi sperticate. Allora ho deciso di dare retta al mio orecchio e, c’è poco da fare, i pistacchi sono sempre meglio di questo disco. A mio avviso i momenti più riusciti dell’album sono quelli più sbarazzini, quelli in cui Carla gioca con l’ascoltatore e lo induce in tentazione, in particolare “Those Dancing Days Are Gone” e “If You Were Coming In The Fall”. Il pavimento invece inizia a scricchiolare quando la nostra Carla deve liberarci dal male. Non ci riesce, insomma, la catarsi musicale non si completa. Buttando l’occhio sulla copertina di questo disco per un attimo ho pensato che Carla potesse purificare, almeno in parte, il mio animo corrotto. Mi son detto: “Una creatura le cui fattezze non eguagliano per un’inezia la Venere del Botticelli, che legge un libro tenendolo con una mano sola, seduta sulle ginocchia, in una posizione a dir poco scomoda, che si trova su un morbido cuscino, al centro di un ambiente asettico, privo di qualsiasi impurità, in cui ogni oggetto presente ha senz’altro un significato ben preciso, tipo la copertina di “Bringing It All Back Home”, può forse redimermi, affrancarmi dalla sporcizia quotidiana, da quella consuetudine consolidata che alcuni chiamano peccato”. Niente di tutto questo. Avrei dovuto essere meno ingenuo d’altronde. I dischi che t’avvicinano al trascendente generalmente hanno una copertina bruttina, cupa, tipo “Blue” o “A Love Supreme”. Senza neanche farci caso ho divagato per intere righe sulla copertina del disco. Il fatto è che non ci sono contenuti, tanto vale fermarsi alla superficie. Finite le undici tracce ho tirato su le spalle, la mia bocca ha emesso uno sbuffo impercettibile e ho sussurrato: “e con questo?”. Nessun condizionamento, nessun pregiudizio. Ho anche sorvolato sul fatto che ormai qualsiasi donna che si metta a suonare deve girare a piedi nudi, imbracciare una chitarra e farsi scendere una frangettona sopra la fronte perché fa molto “cantante folk pro-cannabis e contro la guerra”. Semplicemente un disco mediocre. Meglio i pistacchi.

 

Lorenzo Labbozzetta



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