ROMA - In un’epoca in cui il “contratto di lavoro a tempo indeterminato” è una sorta di Mothman che solo pochi eletti hanno la fortuna di avvistare, in cui la morte nei luoghi di lavoro è un evento a cadenza regolare, in cui la logica capitalistica domina ogni comportamento umano, a scrivere quattro righe sul concerto del primo maggio ci scappa da ridere. L’occasione dovrebbe essere propizia per rimettersi in gioco, per fare autocritica, per discutere di un paese flaggellato da mille contraddizioni che si regge ancora sulle lobby, che riesce a far tutto tranne che essere vicino alle questioni sociali. L’occasione però viene sempre persa. Ed allora a noi, che ci alziamo alle 5 del mattino quando fuori è ancora buio, che baciamo sulla fronte nostra moglie mentre ancora dorme, che prendiamo il 109 per andare a guadagnare 800 euro al mese e che dobbiamo sentirci dire che “facciamo demagogia”, non resta che coltivare una flebile speranza: la speranza che il Sacro Fuoco del Rock’n’Roll possa tornare a scaldare le nostre membra rattrappite dal freddo liberalismo moderno. Ma possono riuscire i Velvet in un’impresa di tale portata? Insomma, una band che sfigurerebbe anche esibendosi durante una recita scolastica, può affrancarci dal nostro grigio trantran lavorativo? Possono farlo Le Vibrazioni ordunque? Può riuscirci un gruppo che ricicla estetica e suoni di trent’anni fa risultando così noioso e prevedibile da far addormentare uno studente americano medio sotto anfetamine? Possono farlo allora Carmen Consoli o gli Afterhours, artisti che secondo la critica specializzata hanno dato nuova vita alla scena indipendente italiana? “Lasciatemi morire in pace”: queste le parole sussurrate dalla scena indipendente italiana ma nessuno gli ha dato ascolto. Può riuscirci Paolo Rossi allora? Sì, potrebbe riuscirci, se s’impegnasse anche solo la metà di quanto s’è prodigato per distruggere una canzone di Rino Gaetano a Sanremo. Possono i Tiromancino, ormai realtà affermata della musica nostrana? Se questa è la realtà allora non svegliatemi per i prossimi vent’anni, voglio dormire. E così, con le mani ancora intirizzite dal freddo, non mi resta altro da fare che aggrapparmi ad un mito, ad un monumento, ad una leggenda che di nome fa Chuck e di cognome Berry. Ma, ironia della sorte, lui non mi sorregge, scivola via insieme a me e alla mia nostalgia, in un vortice di bandiere della pace, di Che Guevara, di pugni chiusi, di ideali messi nel surgelatore e ritirati fuori solo perché oggi è il primo del mese di Maggio. Ci guardiamo io e Chuck, nel nostro lento naufragare, e lui mi fa: “Senti un po’, ma secondo te è un caso che ogni primo maggio, durante sto concerto, se mette a piove?”.
Alessandra Polifroni
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