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10 Settembre 2010 22:00  
   Musica
STORIA DEL ROCK - SECONDA PUNTATA

Posso scrivere, tra molte incertezze, che il mio pezzo blues preferito è “Death Letter” di Son House. Penso sia un’affermazione razionale visto che Son House è considerato uno dei grandi padri del Delta Blues, uno da cui hanno attinto artisti del calibro di Robert Johnson e Muddy Waters.

Cub Koda ha le idee chiare su Son House: “Son House non era un bluesman, era il blues”. C’è poco di razionale, invece, in quello che mi lega alla canzone che vi ho citato, nota anche come “Death Letter Blues”. Sarà per la voce multiforme di Son House, sarà per il modo in cui suona, sarà per l’attitudine, sarà per la resonator guitar che l’accompagna, sarà per il testo struggente; non so ma ogni volta che penso al blues penso a “Death Letter”.

La canzone parla di un uomo, leggermente sfigato, che un bel mattino riceve una fottutissima lettera con la quale viene gentilmente informato che la donna che ama è morta. Ora ditemi voi un poveraccio che riceve una notizia simile, così, tra capo e collo, cosa cavolo debba fare.

Davvero poco: tirarsi su di un fianco, prendere il cuscino sul quale era solito riposare il capo di lei, abbracciarlo forte e cadere in depressione.
Naturalmente i nomi da citare parlando di blues sono innumerevoli. John Lee Hooker e il suo stile inconfondibile, il gigante Arthur Chester Burnett di Chicago in arte Howlin’ Wolf, il diabolico Robert Johnson, l’odiato-amato B.B. King, il grande Muddy Waters, Charlie Patton,
solo per citarne alcuni. E come non ricordare quei gruppi e quegli artisti che hanno fatto la storia del blues bianco: Rolling Stones, Allman Brothers Band, Cream, John Mayall & The Bluesbreakers, Steve Ray Vaughan, Canned Heat, Yardbirds. Figli degeneri, di un talento fuori dall’ordinario, che hanno saputo cogliere il significato della musica suonata dai loro padri spirituali ed offrirlo ad una platea nuova, lontana anni luce dalle storie da cui il blues si è mosso. Quella platea siamo noi, i nostri padri, i nostri nonni.

E come non ricordare Jimi Hendrix, vero anello di congiunzione tra il blues e “quello che c’è stato dopo”, uomo senza tempo, di una forza primitiva, gettato tra i bianchi ad insegnar loro la musica del Diavolo.

Come avrete capito l’album dei ricordi da sfogliare è immenso ed affascinante. Se vi va potreste leccarvi il dito ed iniziare a girare qualche pagina. Vi attendono storie surreali fatte di risse, arresti, amore, morte, insoddisfazione. Se vi lamentate perché vi manca un dito di birra per finire il bicchiere, se la vostra relazione sentimentale è tranquilla e questo rappresenta un problema, se siete quelli che “va tutto bene ma potrebbe andare meglio”, insomma, se siete eternamente insoddisfatti e siete convinti che nulla, su questa terra, vi renderà completamente appagati, be’, avete trovato il genere di musica che fa per voi.

(nella foto: Son House)

Lorenzo Labbozzetta



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