|
Quattordicesimo film del pur giovane regista coreano Kim Ki-duk, Time affronta la variante postmoderna dell’eterna lotta contro il tempo. Il tempo infatti, compie il suo inesorabile destino e l’intensa passione che Ji-woo (Ha Jung-Woo) provava per See-hee (Sung Hyun-ah) si affievolisce. Lo sguardo di lui è attratto da altre donne, la gelosia di lei diventa ossessione, infine follia. Decide, all’insaputa di Ji-woo, di cambiar volto, di offrire un viso nuovo al proprio amato, stanco, secondo lei, di vedere e amare lo stesso corpo. La “metamorfosi” richiede sei mesi; il ragazzo, dopo il tentativo vano di rintracciarla, è travolto da una serie di misteriosi eventi che fanno sfumare anche l’ipotesi di una nuova relazione, finché un giorno l’incontro con la “nuova” See-hee mette fine ai suoi turbamenti. Tra i due è tornata la passione, ma il cuore dell’inconsapevole Ji-woo è ancorato all’immagine della sua “vecchia” ragazza. E così l’elemento che avrebbe dovuto rinvigorire il loro amore, diventa un ulteriore strappo. Lacerato è anche l’animo di See-hee, che sparisce ancora. A questo punto Ji-woo scopre la verità e decide anch’egli di ricorrere alla chirurgia plastica. In un destino che gioca a ripetere e rispecchiare le situazioni, è adesso la ragazza a cercare Ji-woo e a non riconoscerlo nella molteplicità dei volti. Il climax finale è tra i più densi e schiaccianti nel panorama filmico del regista coreano, l’happy-and è rimandato, la follia trova la sua logica conclusione.
Kim Ki-duk sembra offrire così il suo monito ad una società, quella odierna, che sull’immagine ha costruito sé e i suoi miti: simulacri di non-senso, superfici prive di profondità. Per questo, il volto “nuovo” di See-hee, è nulla per Ji-woo, non ha senso, se non quello puramente superficiale-estetico. L’ossessione di apparire, l’ossessione di piacere annulla l’essere, di qui l’ossessiva quanto masochistica corsa alla dissoluzione di ogni cosa. Ciò che rimane è un’immagine priva di referente, una fotografia che non appartiene più a nessuno.
Tutto questo Kim Ki-duk ce lo mostra con una successione di quadri che non sempre trovano l’esatta consequenzialità, sarà forse perché il film è stato girato in sole due settimane. In ogni caso, il regista coreano conferma la sua notevole maestria stilistica nel saper cogliere poeticità e bellezza ad ogni inquadratura. Il suo cinema “del silenzio” è qui intaccato da numerosi dialoghi che sfiorano il mélo, il che non nuoce tuttavia alla liricità delle immagini, perché il Cinema di Kim Ki-duk va guardato e non ascoltato.
Alessandro Goffredo-Cioce
|