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ROMA - Generalmente nei condomini non funziona niente. Mi riferisco in particolare alle parti comuni: ascensori, cancelli automatici e via discorrendo. Proprio perché comuni non appartengono a nessuno quindi la gente se ne sbatte e non ha alcun interesse a mantenerle in uno stato decente.
Nel garage del mio condominio c’è una luce al neon completamente sfondata, lampeggia freneticamente da settimane e all’interno ospita il cadavere di un ragno(penso si tratti di un cadavere perché quel ragno se ne sta sempre immobile nella stessa posizione da giorni). Bene, tutti i condomini passano sotto ‘sta benedetta luce per raggiungere il loro posto auto, gli buttano un’occhiata fugace e poi tirano avanti non ponendosi il dubbio che forse sarebbe arrivato il momento di ripararla.
Spesso capita anche a me di passare sotto quella dannata luce, mi fermo ad osservarla e nel mio cervello iniziano a circolare le note sporche di “White Light/White Heat” dei Velvet Underground(ammesso che in quel disco ci siano delle note). “White Light/White Heat” è un qualcosa d’inquietante e sono convinto che nessuna famiglia americana che si rispetti e che voti repubblicano ne possieda una copia.
Voi però dovreste acquistarlo perché un giorno, tornati a casa per cena, non troverete più una bella scodella di minestra calda e le poche certezze che avevate andranno in frantumi. “White Light/White Heat” non è la solita minestra. Ne ho regalata una copia a mio cugino dicendogli: “Occhio, stai in guardia, questa non è la solita roba. Questa non è la solita mercanzia che qualsiasi buon gruppo rock potrebbe offrirti. Nelle tracce di questo disco troverai le tue paure, le tue angosce, i tuoi fantasmi, le tue psicosi e poi niente sarà più come prima: tutta la musica che ascolterai dopo e che ti spacceranno per “alternativa” finirà per farti il solletico e la confonderai con le sigle di Cristina D’Avena”. In realtà non gli ho detto queste testuali parole, fortunatamente con la gente non parlo così.
La copertina del disco è nera come l’umore di Lou Reed. Le canzoni sono sei ma forse definirle “canzoni” è inappropriato. Il finale di “Sister Ray” è inascoltabile ed io lo uso per rispondere alla mia vicina di casa che ogni tanto mette a palla il Best Of di Max Pezzali. “The Gift” in realtà è una poesia, la recita Cale. Parla di un certo Waldo Jeffers che si fa spedire dentro un pacco postale indirizzato alla sua amata per farle una sorpresa. Lei riceve il pacco tutta entusiasta, lo apre con delle grosse forbici e per sbaglio uccide Waldo. “Here She Comes Now” parla di sesso, il brano che dà il titolo all’album è rock’n’roll anfetaminico, in “Lady Godiva’s Operation” gli interventi vocali di Reed sembrano venire dall’oltretomba.
“White Light/White Heat” è un disco drogato, sporco, registrato male. Se volete affrontare gli spettri che si annidano nella vostra testa ascoltatelo altrimenti rimanete al caldo, avvolti nella bambagia. Poi però non vi lamentate se tutti se ne fregano di riparare la luce del vostro fottuto garage.
Lorenzo Labbozzetta
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