ROMA - 25 ottobre scorso. Le piogge intense, previste, dilaniano i paesi di Borghetto Vara, Brugnato, Bonassola, Levanto, Monterosso al Mare, Vernazza in provincia della Spezia e Aulla in provincia di Massa-Carrara. 524 mm di pioggia in circa 6 ore. 13 morti.
4 novembre. A Genova sono cadono circa 500 mm di pioggia in poche ore devastando parte della città a causa dell'esondazione dei torrenti Bisagno e Fareggiano. 6 morti.
22 novembre. Nel messinese le forti piogge causano una frana a Saponara che provoca 3 morti.
Il bilancio delle vittime e dei danni, ad oggi, si ferma qui. L'inverno, che ha tardato ad entrare, si è manifestato all'improvviso con tutta la sua devastante forza rovesciando acqua e provocando stragi.
E d'improvviso sembra che il Paese abbia fatto un balzo indietro di una quarantina di anni, ai tempi quando le previsioni meteorologiche non erano così accurate come oggi e quando non esisteva un sistema articolato e complesso di protezione civile capace di salvaguardare l'incolumità dei cittadini di fronte anche alla straordinarietà di eventi come questi.
Eppure così è stato. Episodi come questi devono farci riflettere su qualcosa che, evidentemente, nella macchina della prevenzione non funziona ancora come dovrebbe.
Eppure la protezione civile, dal 1992 ad oggi, ha fatto enormi passi in avanti. La funzione pubblica di tutela della vita dei cittadini si è evoluta rapidamente andando a configurarsi come sistema complesso e articolato in cui la competenza e i livelli di responsabilità sono da attribuire alla natura stessa della pubblica amministrazione. Il Comune, la Provincia e la Regione. Infine lo Stato. Così è organizzata la macchina della protezione civile che, ai giorni nostri, non è più solo l'ambulanza che corre in soccorso con il lampeggiante acceso e le sirene spiegate, non è più solo il fuoristrada dei Vigili del Fuoco che avanza tra le macerie, non è più solo il volontario che imbraccia una pala per togliere fango da una cantina. La protezione civile moderna è una macchina complessa che lavora anche, e soprattutto, in tempo di pace. Facendo previsione, facendo prevenzione e organizzando le procedure del soccorso. Ma, allora, cos'è che non funziona?
Le tecnologie ci sono. Si pensi, ad esempio, al moderno sistema di monitoraggio meteorologico, ormai presente in ogni regione italiana, costituito dalla rete dei Centri Funzionali capace di prevedere le condizioni meteo con massima accuratezza e, addirittura, ipotizzare gli effetti al suolo delle precipitazioni. Le risorse e le competenze ci sono. Si pensi, ad esempio, alle centinaia di migliaia di volontari di protezione civile, formati, addestrati, equipaggiati, all'organizzazione e alla suddivisione delle competenze tra Forze delll'Ordine, Vigili del Fuoco, Forestale, Forze Armate, Soccorso sanitario.
Cosa manca allora?
Manca la consapevolezza di chi ha l'obbligo prima e il dovere poi di amministrare il territorio. Parlo dei centinaia e centinaia di sindaci che continuano a tormentare, con strumenti urbanistici, i propri territori sottacendo i pericoli presenti e esponendo il territorio stesso e la popolazione a rischi assurdi. Si cementificano gli alvei dei torrenti, si costruisce dove non si dovrebbe, si disboscano pendii di montagne, non si informano i cittadini sui rischi presenti, si sperpera denaro pubblico per organizzare sagre della salsiccia e non si trovano poi i fondi per dotare il proprio comune di uno straccio di piano di protezione civile. Poi arriva la pioggia improvvisa, straordinaria. E si contano i morti.
Il sistema nazionale della protezione civile ha fatto tanto negli ultimi anni. Ma se da parte degli amministratori comunali non si procederà alla svelta all'acquisizione di quel necessario grado di consapevolezza a poco servirà l'intervento sussidiario della regione o, addirittura, dello Stato. Quando questi interverranno, se ancora lo potranno fare vista la geniale intuizione (introdotta con il decreto mille proroghe dell'ultima finanziaria) di chi ha deciso che, in caso di emergenza, dovrà essere la regione stessa a racimolare i fondi necessari all'espletamento degli interventi emergenziali, sarà sempre e comunque troppo tardi.
E si conteranno le vittime e i dispersi, sperando, come al solito, nel miracolo.
Fabio Palombi
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