Libri – "Con le mani nella monnezza. I disastri della partitocrazia. Il caso Malagrotta: l'ottavo colle di Roma".
Giovedì 22 Settembre 2011 12:40    Letto 333 volte

Pubblicato il volume sulla vicenda di malagrotta. Un viaggio con Massimiliano Iervolino, Paola Alagia e Gian Antonio Stella, nella discarica più grande d'Europa, tra affari e politica.

iervolinoROMA - Roma invasa dai rifiuti come Napoli? L'emergenza fino a ora è stata evitata 'grazie' a un solo uomo, l'avvocato Manlio Cerroni, il "re di Malagrotta". Se ne parla nell'ultimo libro di Massimiliano Iervolino e Paola Alagia, presentato a Roma nelle scorse settimane. Il volume tratta la storia della discarica più grande d'Europa, e di Manlio Cerroni. Ha avuto fiuto per gli affari – si legge nell'opera - questo gli va riconosciuto. E così, negli anni '50 e '60, da "monnezzaio", come chiamavano a Roma coloro che si occupavano di rifiuti, è salito al rango di imprenditore e, poi, addirittura di benefattore, mentre la massima aspirazione dei giovani di allora era lavorare alla Fao "perché si prendeva la busta paga in dollari", all'Acea e nelle banche. Il tempo è stato galantuomo: oggi è uno degli uomini più potenti della Capitale e ha la politica ai suoi piedi. Da Rutelli a Veltroni, da Badaloni a Storace, da Marrazzo a Alemanno e Polverini, tutti hanno dovuto, ed alcuni di loro tutt'ora devono, inchinarsi a "sua maestà" Cerroni. Se quest'uomo di 86 anni chiude i cancelli di Malagrotta, infatti, Roma rischia di finire peggio di Napoli. Ma perché la Capitale si è ridotta così male? Il libro, attraverso retroscena, foto, pareri di esperti, documenti pubblici, ma anche atti inediti, mette il dito nella piaga e tratteggia uno scenario alternativo. A uscirne con le ossa rotte è la partitocrazia di ogni colore che per motivi elettorali e inadeguatezza di visione ha contribuito a creare un "mostro" ecologico di 220 ettari. Quel colle, l'ottavo, che mancava a Roma. Malagrotta presto andrà chiusa. Quale alternativa? E se avessero ragione i maliziosi che parlano di una nuova discarica a Monti dell'Ortaccio o Pian dell'Olmo, aree che, guarda caso, sono di proprietà di Manlio Cerroni, "er benefattore"?


Il volume è aperto dalla prefazione di Gian Antonio Stella che pubblichiamo di seguito:

«Spaghi troppo corti per essere usati». Così c'era scritto su una scatola che teneva in casa la madre di Luciano De Crescenzo, il saggista, romanziere, commediografo napoletano autore di una quarantina di libri che hanno venduto 18 milioni di copie in tutto il mondo. «Quando io ero ragazzo l'immondizia si chiamava monnezza e consisteva in un sacchettino che ogni mattina veniva ritirato direttamente a casa da un impiegato del Comune, detto munnezzaro», scrisse anni fa De Crescenzo sul "Corriere della Sera", «Una famiglia normale come la mia (due genitori, due figli e una domestica) non andava oltre i duecento grammi e il pacchetto era costituito prevalentemente da bucce di ortaggi e di frutta. Questo anche perché esisteva l'abitudine di non buttar via mai niente». Compresi, appunto, quegli spaghi da scarpe troppo corti per essere usati o annodati con una prolunga: non si sa mai, diceva la madre, «possono sempre servire». Basta questo dettaglio, più di tanti saggi scientificamente e storicamente dettagliatissimi, a spiegare come è cambiato il rapporto fra noi e l'immondizia. Certo, quell'abitudine a non buttar via niente faceva accumulare all'inverosimile le cose in casa fino a riempire intere stanze di bambole senza un braccio perché un giorno all'altro il moncherino forse sarebbe stato ritrovato, pentole senza manico perché un giorno o l'altro sarebbero state aggiustate, mucchi di riviste polverose perché un giorno o l'altro magari poteva venir voglia di rileggerle. E quelle cataste di cose inservibili sono state fonti di tremende liti familiari fra le diverse generazioni e successive fonti di gioiose scoperte da parte di nipoti matti per l'antiquariato. Ma guai se ogni figlio avesse sempre fatto ordine buttando via i ricordi di una vita: nei rifiuti, o almeno in quelli più nobili, c'è la storia dei nostri nonni.

Qualche anno fa, a New York, uscì un libro intitolato «Rubbish! The archeology of garbage» (Pattume! L'archeologia della spazzatura) in cui William Rathje, un professore di archeologia dell'Università dell'Arizona, raccontava cosa aveva scoperto nella vita degli americani scavando, a dispetto del fetore ammorbante e delle nuvole di moscerini, nella più grande discarica del mondo, quella dei Fresh Kills. Un terreno paludoso dove dal 1948 furono depositati i rifiuti di New York. Una scelta sventurata per gli abitanti dei dintorni, destinati in prospettiva a essere risarciti, dopo decenni di insopportabili miasmi e malattie respiratorie, con la creazione di un parco di 1200 ettari dominati da una collina di 150 metri costituita dalla sedimentazione di almeno cento milioni di tonnellate di rifiuti.
Lo stesso William Rathje avrebbe potuto trovare straordinari spunti studiando nel cuore del Monte Stella, la cosiddetta Montagnetta di San Siro, l'unica altura dell'area di Milano, dove oggi i cittadini vanno a passeggiare, a correre o perfino a sciare in certi giorni di neve ma che contiene sotto lo strato di erba, cespugli, siepi e alberi, le macerie degli edifici bombardati nella seconda guerra mondiale. I resti di pietra, ferraglia e cemento del dolore cantato nel '43 da Salvatore Quasimodo: «Invano cerchi tra la polvere: / povera mano, la città è morta. / È morta: si è udito l'ultimo rombo sul cuore del Naviglio. / E l'usignolo / è caduto dall'antenna, alta sul convento, / dove cantava prima del tramonto. / Non scavate pozzi nei cortili: / i vivi non hanno più sete...»
Anche Roma, prima dell'immondo «ottavo colle» di cui parla il libro di Paola Alagia e Massimiliano Iervolino denunciando la sconcertante e scandalosa catena di rinvii, inadempienze, proroghe, illegalità che rischiano di essere preludio a una disfatta ambientale «alla napoletana», ha visto sorgere altre alture non naturali. È il caso, ad esempio, del «Mons Testaceum», cioè il Monte dei Cocci al Testaccio, che deve il suo stesso nome alle «testae», cioè ai laterizi buttati lì per secoli insieme con i vecchi coppi, le vecchie terracotte, le vecchie anfore usate per trasportare ogni merce da tutto l'impero nella «caput mundi». Alto una trentina di metri e largo al massimo un chilometro per un totale di circa ventimila metri quadri, ancora in epoca medioevale, ricorda Wikipedia, «vi si celebrava il Carnevale, con i giochi crudeli e cruenti da sempre cari ai romani: si allestivano infatti tauromachie e la più popolare "ruzzica de li porci": carretti di maiali vivi venivano lanciati giù dalla collina e quando si sfracellavano in basso il popolo dava la caccia ai frastornati animali». Per poi diventare, a partire dal quindicesimo secolo, il punto d'arrivo della Via Crucis del Venerdì Santo, «un vero e proprio Golgota, come mostra la croce ancor oggi infissa sulla cima». Non bastasse, accanto ad altri quali Monte Savello e Monte dei Cenci, sarebbe artificiale e costituito da un'antica discarica di cocci e laterizi lo stesso Monte Citorio. Al punto di tirarsi addosso scontate battutacce sul suo destino millenario: dalle macerie dell'antica Roma alle macerie di una politica che non riesce, in materia ambientale, a compiere le scelte che sarebbero indispensabili per affrontare i problemi di una società che usa e getta immensamente più di una volta. Ed è lì che puoi vedere il punto di contatto tra quella antica discarica capitolina e quella nuova di Malagrotta raccontata da Paola Alagia e Massimiliano Iervolino. Un rapporto centrato su una parola chiave della nostra politica: la proroga. Non c'è problema della vita pubblica che governi e parlamenti non abbiano scelto di affrontare con proroghe su proroghe. Ne ebbero almeno 15 (poi abbiamo perso il conto) le norme che regolavano «l'immissione sul mercato di giocattoli ed articoli di puericultura destinati ad essere messi in bocca da bambini d'età inferiore a tre anni e fabbricati in PVC morbido contenente alcuni ftalati». Ne contarono una decina i giovani precari siciliani assunti con l'articolo 23 della Finanziaria 1988, che per contrastare la disoccupazione giovanile nel Mezzogiorno stabiliva che il ministero del Lavoro finanziasse nel Sud iniziative di «utilità collettiva» con l'impiego part-time di ragazzi dai 18 e ai 29 anni: una misura che doveva durare tre anni e nell'isola si prolungò in eterno. Per non dire degli sfratti. Prendiamo un giornale a caso del 1 marzo 2011: «Il Parlamento ha varato la ventiseiesima proroga degli sfratti che da trent'anni a questa parte, a far tempo cioè da quella legge sull'equo canone che secondo la Corte Costituzionale, avrebbe dovuto essere l'ultimo anello legislativo del vincolismo in questo settore». Va da sé che una questione spinosissima come quella della discarica di Malagrotta al centro della scottante inchiesta giornalistica di Paola Alagia e Massimiliano Iervolino, che qui non voglio anticipare lasciando ai lettori il piacere (si fa per dire, visto il tema) della scoperta, non poteva che essere via via affrontata con i soliti sistemi: la deroga, la decretazione d'urgenza,la proroga. Nel frattempo, quella sterminata discarica via via diventata la più grande d'Europa con i suoi oltre 35 milioni di tonnellate di rifiuti smaltiti in questi decenni, continua a crescere e crescere in attesa di una chiusura che, mille volte annunciata è stata mille volte rinviata. A dispetto delle sacrosante proteste degli abitanti dei dintorni costretti a pagare un prezzo altissimo alla incapacità delle amministrazioni capitoline, democristiane e socialiste, sinistrorse e destrorse, di spronare la raccolta differenziata (nel 2011 ancora inchiodata a un umiliante 23 per cento) portandola a livelli di decenza europea. C'è chi dirà che quanto avviene a Ponte nelle Alpi, il centro di 8.000 abitanti in provincia di Belluno che possiede l'indice di buona gestione più elevato d'Italia (87,28 percento dei rifiuti riciclato) è molto più complicato in una grande città. Che i veneti, in testa alla classifica delle regioni con il 67%, hanno tradizioni civiche diverse che aiutano gli amministratori più che in una metropoli millenaria quale Roma descritta un secolo e mezzo fa da Charles Dickens, in «Visioni d'Italia», con parole disgustate: «La via terminava in uno spiazzo dove si sarebbero visti cumuli d'immondizie, mucchi di terraglie infrante e di rifiuti vegetali, se non fosse che a Roma simile mercanzia si getta dappertutto, senza accordare preferenze ad alcun sito particolare». Certo è che da decenni la discarica di Malagrotta, nel pressoché totale disinteresse dei romani (occhio non vede, naso non annusa...) contribuisce a deturpare uno dei paesaggi mitici che incantavano grandi viaggiatori del passato, da Wolfgang Goethe allo stesso Dickens. «Vi sono dei luoghi predestinati che sembrano edificati dalla natura per rappresentare, agli occhi dell'umanità, certe idee fondamentali e la cui magia deriva loro non solo dalle tradizioni storiche, dalle leggende e dai ricordi che li hanno impegnati dal loro penetrante profumo, ma si direbbero santuari scolpiti dagli dei che vi si venerano per servir loro di abitazione», scrive lo scrittore e poeta francese Eduard Schuré, «luoghi meravigliosi, monumenti di tutte le età, ruine celebri si accumulano nei dintorni di Roma. L'anima vi si smarrisce per l'abbondanza dei ricordi e per la grandiosa armonia della natura dell'arte. In quel luogo solitario, prediletto del sogno, si respira una sontuosa malinconia che era triste consola a un tempo e che domina un grande mistero».

Era stupenda, la campagna intorno a Roma. Basti ricordare, come fa nel libro «I suoni della campagna romana» Roberta Tucci, tutti i pittori che ne trassero ispirazione. Da Arthur John Strutt a Charles Coleman detto «il bardo errante dell'Agro», da Wilhelm Marstrand ad Edward Lear e tanti altri ancora. Cosa resta, di quei paesaggi di struggente bellezza? Se lo chiede in «Breve storia dell'abusivismo edilizio in Italia» anche Paolo Berdini: «Lo scarso rigore delle regole ha provocato la sostanziale cancellazione del paesaggio agrario che circondava la città e che per secoli ha lasciato sbalorditi i tanti viaggiatori che si recavano nella città eterna. Deroga dopo deroga, l'agro romano è oggi ridotto a pochi lacerti spesso abbandonati e circondati da una inesauribile pressione edificatoria». Monnezza cementizia, monnezza culturale, monnezza vera e propria. Scriveva in quell'articolo citato Luciano De Crescenzo: «L'invenzione più pericolosa del Ventesimo secolo non è stata, come molti credono, la bomba atomica, ma l'immondizia. Non si ha idea di quante tonnellate di rifiuti vengano prodotte dalle cosiddette civiltà avanzate e di quante tonnellate s'apprestino a produrre, per legittima par condicio, i Paesi in via di sviluppo. In Italia si calcola che ogni abitante, nel suo piccolo, produca un chilo e 650 grammi di spazzatura al giorno, ovvero sei quintali l'anno, ovvero 48 tonnellate nel corso della vita, pari, quindi, a ottocento volte il proprio peso corporeo». E spiegava che tutti noi dobbiamo farci carico del problema. Perché i nostri consumi sono diversi da quelli dei nostri nonni. Ed è cambiato tutto, irreversibilmente, da quando Goethe raccontava ammirato di come i napoletani riciclassero le verdure e i cibi che restavano al mercato: «Lo spettacoloso consumo di verdura fa sì che gran pane dei rifiuti cittadini consista di torsoli e foglie di cavolfiori, broccoli, carciofi, verze, insalata e aglio; e sono rifiuti straordinariamente ricercati. l due grossi canestri flessibili che gli asini portano appesi al dorso vengono non solo inzeppati fino all'orlo, ma su ciascuno di essi viene eretto c perizia un cumulo imponente. Nessun orto può fare a meno dell'asino. Per tutto il giorno un servo, un garzone, a volte il padrone stesso vanno e vengono senza tregua dalla città, che a ogni ora costituisce una miniera preziosa. E con quanta cura rac­cattano lo sterco dei cavalli e dei muli!». Oggi no, oggi ci vogliono mesi e anni e decenni e perfino secoli, in certi casi, perché la natura riassorba quello che noi buttiamo. Oggi, scrive De Crescenzo, «ammesso che la pulizia s'identifichi con l'ordine e la sporcizia col disordine, rimuovere l'immondizia non vuol dire pulire, ma solo mettere in ordine un posto per disordinarne un altro». Come, appunto, Malagrotta. L'«ottavo colle», orrendo e puzzolente, eretto a monumento dell'insensatezza della città dei sette colli. Un monumento simbolo dell'Italia peggiore. Quella che, di rinvio in rinvio, sposta i problemi «più in là».


Gli Autori


Paola Alagia − giornalista free lance, lavora per il giornale online Nannimagazine.it per il quale segue da tempo l'affaire Malagrotta. Ha lavorato presso il quotidiano politico La Discussione e nelle agenzie di stampa Dire e Omniroma. Ha scritto per le pagine romane di Libero. E' stata redattrice politica nella tv UnoSat.

Massimiliano Iervolino − laureato in Chimica Industriale, già segretario dell'Associazione Radicali Roma, attualmente membro di giunta di Radicali Italiani. Lavora alla Regione Lazio presso il gruppo della Lista Bonino-Pannella, dove si occupa principalmente di rifiuti e sanità. Nel 2010 è stato il coordinatore del programma elettorale di Emma Bonino, candidata alla presidenza della Regione Lazio. Per informazioni e per ospitare un'eventuale presentazione dell'opera il numero di telefono di Massimiliano Iervolino è 345.3652220.


Francesca D'Amico